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Alla fine non ce l’ho fatta a scrivervi di cosa dovevano  ingurgitare Buzz Aldrin e Juriy Gagarin per sopravvivere nello spazio, 😦 ma vi voglio comunque comunicare una momentanea chiusura delle cucine altrui. La sottoscritta domani va a razzolare in quel dei Carpazi, in un paese senza connessione ADSL e starà lontana per una settimana almeno!

Auguri di una buona Santa Pasqua a tutti i miei lettori e lettrici, che hanno fatto registrare *quasi* 1000 visite finora, motivo per me di gran vanto. Grazie a chi mi ha linkato nel suo blog, che sia compagno di corso o gasronomo o compagno di malvestitismi, e grazie anche a chi è arrivato qui digitando “Spaghetti Alberto sordi” o “parolacce in svedese”. 😀

A presto!

Fiorenza.

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Una delle pietanze  che mi fanno ricordare l’infanzia è sicuramente quella dei crauti con salsiccia; spesso mi fermavo a pranzo dalla mia nonna materna e lei mi cucinava (anzi, ogni tanto capito ancora da lei e me li prepara ancora) questo piatto per me paradisiaco.

Poi si diventa grandi, ci si trasferisce in un’altra città, e improvvisamente torna la voglia di vivere ad un altra velocità (cit.) e di riassaporare i sapori di quando eravamo bambini. Così è successo a me, ma quando ho cercato in rete la ricetta dei crauti sono rimasta un po’ interdetta: i crauti veri non sono come li fa la mia nonna!

Così è se vi pare, la ricetta originale dei crauti

Crauti "veri"

La preparazione è abbastanza lunga. Dopo  essere stato tagliato in listelle finissime, invece di essere stufato in pentola il cavolo cappuccio viene fatto fermentare in acqua per almeno due/tre settimane con un peso sopra.
Ora, io non so come è successo che da questo si sia arrivati alla cosa che mi faceva mia nonna, ma penso che sia comunque abbastanza simile. Magari vi piace anche qusta versione, chissà (cosa assai probabile se siete impazienti come me e due settimane sono TROPPE :P)

Come fare i crauti, alternativa

Gli ingredienti

Gli ingredienti dei quali necessitiamo per due persone sono:

  • Mezzo cavolo cappuccio (qui ho usato la verza, molto semplicemente perché non ho trovato il cappuccio al super);
  • Burro, 50 g;
  • Aceto, meglio se di mele;
  • una cipolla bionda piccola
  • Dado vegetale in polvere, un misurino;
  • Sale qb
  • Se lo si gradisce, pepe.

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Me I’m a misfit, drink my Five Roses tea with a bisquit/I’m shweet and twisted, like a Koeksister

Yo-landi Vi$$er, “Wat pomp

Con questa fantastica citazione di quei grezzoni di rapper sudafricani che sono i Die Antwoord (cliccateci che vale la pena) apro l’articolo che vi avevo promesso sulla cucina sudafricana, che m’ è costato un bel po’ di fatica. Immaginate di dover parlare di un posto che, oltre ad avere un motto eloquente come “United in Diversity” ha:

  • Undici lingue ufficiali (u anema!)
  • Almeno altrettante etnie maggioritarie, di origini autoctone, asiatiche e europee 😮

Quindi, alla facciazza di chi per cinquant’anni ha portato avanti l’Apartheid il Sudafrica è una terra dove popoli di origini diversissime convivono da secoli e dove quindi anche la cucina ha prodotto interessanti “ibridi”. Si possono definire per semplicità tre grandi tendenze culinarie; quella delle società indigene (Bantu, Xhosa, Zulu) quella europea (su tutte, la cucina olandese portata dai Boeri) e quella tipica degli schiavi della Compagnia delle Indie deportati dall’ Indonesia e dall’India, chiamata anche “Cucina Cape Malay“. Questo meltin’pot  ha portato all’evoluzione di piatti olandesi e indiani in qualcosa di assolutamente nuovo e unico, in relazione agli ingredienti che già utilizzavano le popolazioni originarie, tanto più che la cucina e la cultura di questo meraviglioso angolo di mondo sono dette “Arcobaleno”.

Una cena arcobaleno

Vediamo, se vi invitassi a una cena sudafricana cosa mangeremmo? 🙂

Come prima cosa vi farei provare il pap, la polenta dei sudafricani. E’ una preparazione Xhosa (ma la amano molto anche gli Afrikaaner) a base di mais, e fa da companatico alle  salse  come  la piccantissima salsa Chakalaka, pari in piccantezza solo al famoso chili del Tenente Winchester. Niente paura, per calmare l’arsura ci beviamo su l’Amasi, tipico degli Zulu. Si tratta di latte fermentato molto cremoso, praticamente yogurt!

Improvvisamente ho voglia di rooibos.

Se invece l’idea di pasteggiare a amasi vi suona bizzarra, potremmo sempre provare il  rooibos, che erroneamente viene chiamato té rosso. Se siete fortunati lo trovate nei super, ed è fantastico; a casa mia un brick da un litro e mezzo è durato due giorni,  non mi sorprende che sia la bevanda più amata (dopo gli alcolici, ovvio) dai sudafricani. 😛

Poi siamo al secondo, cosa offrirvi? Se non vi è sembrato troppo piccante il “primo”,  c’è il Bunny Chow, una forma di pancarré svuotata ripiena di  curry di manzo o montone : è il piatto più amato nella città di Durban e ha chiare origini Malay. Oppure il Bobotije, uno sformato di carne d’agnello ricoperto da uno strato di uova sbattute, dove possono trovar posto anche riso e uvetta e che viene considerato un’evoluzione della famosa Sheperd’s pie inglese. Le banane a rondelle sono la morte sua! 😀

Bunny Chow

Se invece  del curry vi siete stufati ci sono tantissimi altri stufati (ahahahah battuta più triste dell’anno). Quello a mio avviso più bizzarro è il Waterblommetije bredie, letteralmente stufato di ninfea (:o) è come un normale spezzatino ma condito con i boccioli di un fiore acquatico tipico della zona del Capo. Chissà che sapore ha!

Come dessert, la casa offre i koeksister citati all’inizio, delle treccine  di pasta dolce fritta cosparse di sciroppo e il cosiddetto “Budino Malva“, una delizia a base di albicocca di origine olandese.

Koeksister, un'esplosione di zuccheri semplici.

Il biltong prima di esser tagliato

Avete ancora fame? La miseria! 😀 Se proprio volete gli afrikaneer hanno inventato uno snack molto pratico e nutriente, anche se dall’aspetto inquietante, il biltong. E’ carne (solitamente di struzzo) seccata in lunghe  fette  e trattata in modo che la possiate tagliare a striscioline e portare con voi per risolvere i languorini senza bisogno di Ambrogio.

Vi ho risparmiato gli insetti fritti che mangiavano un tempo le popolazioni autoctone, ma non credete di averla scampata così, ne parlerò presto!


Visto che oggi è una giornata da cani, con un tempo da cani e ho un umore da cani cosa c’è di meglio di qualche ricetta un po’ bizzarra e diversa dal solito come il cioccolato effervescente o il tuorlo sodo di Cracco? Dài, che fate i tradizionalisti ma sotto sotto  dall’ultimo articolo sulla molecolare v’è venuta la curiosità :P. Gli ultimi due video sono tratti da un sito validissimo e  molto interessante che vi consiglio di spulciare, la cucina di Moebius. 😀

Buona visione, sperando che porti anche a un “Buon apppetito”:

Cioccolato Effervescente (francese con sottotitoli inglesi)

Tuorlo marinato

Geliamo con l’azoto!

Tornando a me, l’umore da cani è dovuto al fatto che sono sempre più impastoiata nella burocrazia accademico-lavorativa… Nonostante questo non mi dimentico mai di voi, miei sparuti lettori fissi :D, quindi vi aspettano tanti nuovi articoli tra i quali sicuramente parlerò  di

Cucina sudafricana


Cosa mangiano gli astronauti?

Stay tuned! 😀


Con questo post mi piacerebbe  parlare di un tipo di pasto popolarissimo in Svezia e negli altri paesi scandinavi, lo Smorgasbord, piuttosto che parlarte dei singoli piatti che lo compongono; per questi basta che prendiate il catalogo Ikea che vi mandano tutti i santi anni, cercare alla voce “Food And Restaurant” e saranno di sicuro molto più esaurienti di me  😀

Lo smorgasbord  è  un ricchissimo buffet a base di cibi sia freddi che caldi e sia salati che dolci, allestito in occasione di feste e eventi speciali, come Natale, Midsommar (solstizio d’estate) o santa Lucia. Il nome altisonante e pomposo che evoca deità vichinghe in realtà significa, in senso lato, “Pasto a base di panini”. Infatti esso inizialmente prevedeva una semplice apparecchiatura  della tavola (Bord) a base di Smorgas, ovvero panini imburrati. Prima che chiunque si possa servire, però, la padrona o il padrone di casa amministra  il brindisi di rito, lo Skal.

L’idea di buffet a molti evoca una certa informalità e facilità di organizzazione* ma in realtà ci sono alcune regole da seguire alla lettera; lo smorgasbord infatti  DEVE comprendere almeno 4 sezioni formate da categorie alimentari diverse, di modo che gli ospiti possano seguire un percorso proprio come una normale cena. Eccole:

Julbord, lo smorgasbord in versione natalizia.

1: La prima parte è composta dal pesce, su tutti l’aringa, l’anguilla e il salmone, al naturale o marinati-il salmone marinato si chiama Gravlax-che si mangiano in compagnia di burri aromatizzati su fette di pan di segale.

No, Rudolph NON SI TOCCA.

2: Si passa ai formaggi e ai salumi, accompagnati da uova sode, dall’insalata fredda di barbabietole e dalla famosa panna acida (non certo fatta con il mio metodo, spero! :P) I più coraggiosi mangiano la carne di renna affumicata e a fette e il paté di anguilla (povero Rudolph!:().

3: E’ Il momento dei cibi caldi: piatti veramente irrinunciabili in questa sezione sono le polpette stranote grazie all’Ikea, mini salsicce accompagnate da cetriolini e la cosiddetta “Tentazione di Jansson” (Janssons frestelse )una teglia  a base di panna, aringhe marinate e cipolle ricoperte di patate gratinate fatte a julienne.

E come direbbe Giuliano... "Poolpeeeeeeette!!"

4: Infine ci sono i dolci,  su tutti le torte di ricotta e il budino di riso.

E’ da cafoni abbuffarsi riempiendosi il piatto o peggio, mischiare le portate, o ancora peggio bere prima dello skal. Da quello che so io e dall’esperienza diretta del mio amico Andrea, in Svezia l’assunzione di alcool è vista come qualcosa di molto popolare e allo stesso tempo anche molto sconveniente, se sregolata.

Lo skal

Quindi, anche se lo smorgasbord nasce come evoluzione del brannvinbord, un banchetto dove il centrotavola era costituito da un barilotto di grappa, l’assunzione di alcolici durante deve essere aperta dal rituale dello Skal, una vera e propria coreografia molto enfatica dove ci si deve fissare tutti negli occhi prima di ingollare la grappa tutta in un sorso (ugh). Pare che lo skal riveli molto della personalità di coloro che vi prendono parte, tanto che due ragazzi hanno addirittura dato vita a uno “Skal project”, date un’occhiata qui.

Sguardi IntenZissimi

*  se conoscete il galateo italiano degli anni 50-60 sapete cosa potesse comportare per una padrona di casa che volesse essere considerata perbene organizzare una cena “seduta” tra amici: più o meno un esaurimento nervoso! Per questo spesso si adottava la soluzione più informale della “cena fredda”.


Ed eccoci, come promesso, alla rubrica per taroccare sostituire degli alimenti per i quali dovremmo normalmente prendere la macchina, andare a Milano, trovare parcheggio a Milano e poi ficcarci in qualche stradina piena di negozi “etnici”. 😀

Oggi parliamo della panna acida, cioè la panna non pastorizzata fatta fermentare con particolari batteri. Ho avuto l’opportunità di assaggiarla, ed è ottima; è densissima, molto rinfrescante e ha un vago sapore di limone.

Nei paesi dell’est Europa è degno accompagnamento di zuppe, come abbiamo visto in una delle scorse puntate, in particolare in Russia è servito insieme ai blini con salmone e caviale; in Scandinavia si mangia con le patate e il salmone, ancora meglio se con una spruzzata di aneto sopra, e in Italia… non si trova, o perlomeno non si trova così facilmente.

Sour Cream Jacked Potatoes

Siccome questo è anche un blog che fa servizio pubblico (LOAL) ho deciso di trovare un succedaneo che possa avvicinarcisi almeno alla lontana.  Molte ricette in rete riportano l’uso di panna e yogurt greco, uniti a succo di limone e lasciati riposare almeno per un giorno. In effetti la consistenza dello yogurt “originale” (dove per “originale” intendo “non quello superdiluito ovesteuropeo”) si avvicina molto alla pastosità della panna acida, mentre credo il retrogusto sottilissimo al limone sia molto più difficile da imitare.  Invece io, che voglio sempre distinguermi (e più banalmente, io che non ho trovato il Faghe al super) invece ho provato a pasticciare con:

  • il succo di mezzo limone
  • latte intero
  • formaggio cremoso in vaschetta, del quale ometto la famosissima marca.

Per quanto riguarda il formaggio cremoso*, è opportuno sceglierne uno che non sia troppo liquido (niente squaquerone o stracchino) e che abbia un’ottima percentuale di panna al suo interno. Quello che ho scelto io solitamente si presenta in parallelepipedi supercompressi,  mentre in vaschetta è molto più morbido, ergo meglio quello in vaschetta, avrete una crema più facile da lavorare. 😉

Blini

Ho spremuto il succo di mezzo limone in una ciotolina, filtrato da un colino che trattenga eventuali semi, poi ho aggiunto tre cucchiai grandi del formaggio cremoso.  Ho sbattuto energicamente con un cucchiaino il composto, poi, visto che era difficile da lavorare, ho aggiunto solo un filo di latte. NON esagerate con latte. Fatto questo, ho coperto la ciotolina con il telo e l’ho messa da parte a riposare.

Nell’attesa di scoprire se  nella ciotolina effettivamente ho ottenuto un succedaneo della panna acida o se invece ho creato un mondo popolato di mini esserini che mi venerano come il loro dio

vi lascio una delle mie ricette preferite, un classico della cucina nordamericana-anglosassone che è fantastico se accompagnato dalla panna acida:

Jacked Potatoes!

* è inquietante che sul fondo della vaschetta di suddetto formaggio cremoso sentano il bisogno di specificare: “contiene latte“, pecccato, credevo ci fosse la Kryptonite. 😦 😮


(Continua dal post precedente)

Nella precedente puntata si parlava di dolci da té, ma ci sono una sacco di altri dolci  britannnici che meritano di essere esplorati!

Creme

Vi avevo lasciati con il lemon curd, ricordate? E’una  crema  a base di succo di limone, zucchero e una vergognosa quantità di burro, io l’ho fatta a casa e posso dire che crea una pericolosa dipendenza… Un’altra crema che gode ancora di discreta popolarità a dispetto dell’influenza di altre cucine è il syllabub, praticamente normale panna montata ma addizionata di vino liquoroso e talvolta acqua di rose (tradizionalmente si usano il Porto o il brandy, ma se la volete provare nulla vieta di usare il nostro ottimo Marsala ;)).

Tartine al Lemon Curd

Dolci Estivi

A sua volta, il syllabub è il degno ingrediente di ogni trifle che si rispetti, ovvero quello che in Italia è stato imbastardito in malo modo ed è stato chiamato “zuppa inglese”. La preparazione è molto semplice: si parte da una base di amaretti o savoiardi e cubetti di spongecake imbibiti di liquore, poi si aggiunge frutta fresca a volontà, quella che si ha sottomano, poi uno strato di syllabub, poi si alterna la crema con la frutta. Il bello, come dice il nome, è che è una cosa facilissima da fare e che tuttavia fa anche la sua porca figura :D;  solitamente viene servito in grosse coppe in vetro per esaltare l’alternanza tra gli strati degli ingredienti.

Cranberry Trifle

Dolci invernali

Un dolce del quale credo tutti abbiano sentito parlare è il famoso Christmas Pudding, asssai più ricco e sostanzioso. Purtroppo ho un pessimo ricordo di questa specialità: una mia insegnante delle medie appena tornata da Londra, ce ne portò uno comprato da Harrods  che aveva un vago retrogusto di carbone e di stantio. 😦 Come tutti i dolci invernali, è ricco di ingredienti corroboranti-annella, macis, uvetta, uva sultanina*, scorzette candite- e ha una cospicua quantità di grassi. Una cosa che però lascia perplessi è che negli scorsi decenni molte famiglie usassero cucinare l’impasto che era stato fatto l’anno prima. :O

Il fatto che però potrebbe schifare DAVVERO molti italiani è che invece del burro viene usato il grasso che avvolge i rognoni del vitello e del montone, il suet. Nel Regno Unito si trova facilmente in qualsiasi supermarket già confezionato e tagliato, e addirittura ne hanno fatto una versione per vegetariani a base di olio di palma! Non l’ho mai provato, ma da quello che ho letto in “English Puddings” ha un saporino deciso che forse la maggior parte di noi italici non gradirebbe in un dolce. Non è una grande idea nemmeno sostituirlo con il burro, che ha un punto di fusione molto più basso di quello del suet. Vabbé, sopporterò il dolore di vivere senza Pudding! 😉

Tortine al mincemeat

Un altro dolce antichissimo (o meglio dovrei dire  “un ripieno”) è il mincemeat, che ha origini addirittura medioevali. Oramai la ricetta prevede un trito fine di zucchero di canna, spezie, scorzette di agrumi, mele, frutta secca il tutto innaffiato di brandy e “legato” dall’onnipresente suet; però un tempo questa farcia  comprendeva anche  la carne macinata (però!) alla quale deve il nome.

Le tortine ripiene di mincemeat sono immancabili nei pranzi festivi invernali, e ogni bravo bambino ne lascia sulla tavola la notte di Natale in modo che Santa (o più prosaicamente il papà di nascosto) se lo pappi. 😀

*grazie a oliopepeesale che mi ha fatto capire l’enorme differenza che intercorre tra raisins e sultanas!


Hell is where policemen are german, mechanics are french, chefs are english, lovers are swiss- and it’s all ran by italians.

Sto leggendo un libro molto carino, “English Puddings” di Stefano Arturi , e devo dire che mi ha fatto ricredere ampliamente sulla convinzione che “cucina inglese” sia un ossimoro (anche se l’ultima parte della frase mi trova d’accordissimo, almeno come cliente Trenitalia :P).

Sono d’accordo anche con un altro enunciato del libro: che gl’Inglesi, sedotti da curry, olio d’oliva e altri prodotti “esotici”, stiano dimenticando le loro tradizioni, e che molti piatti risalenti all’epoca vittoriana o precedente stiano purtroppo cadendo nel dimenticatoio.  Basta sfogliare qualsiasi magazine culinario britannico che abbbia una qualche pretesa di raffinatezza che si verrà sommersi da ricette eteroctone e pubblicità di prodotti italianeggianti, che spesso  in realtà di italiano hanno pochino (alzi la mano chi in Italia ha mai sentito questa Dolmio– ROTFL).  Quindi  se non ne parlano loro delle loro tradizioni ne parlo io, tié 😛

Vicky Pollard, chavette nonché ambasciatrice del buongusto inglese nel mondo.

La cosa che tutti sicuramente conosciamo degli inglesi oltre al diffuso pregiudizio della loro azzimatezza e compostezza (con buona pace dei chavs :P) è sicuramente l’usanza del té delle cinque, quello che in UK viene chiamato Afternoon tea e si differenzia dal più ricco High tea, che sostituisce la cena. Beh, io credo che gl’Inglesi lavorino fino a tardi come purtroppo molti italiani e mi sembra comica la convinzione che qualsiasi cosa stanno facendo, la interrompano per sorbirsi il té. Quindi magari mi sbaglio, ma credo che oramai sia diffuso di più il té serale, devo chiedere a Sprrrinkles. 😀

Té torbidissimo con spongecake

In ogni caso il té non viene quasi mai servito “puro” ma è spesso diluito con un sacco di latte, che gli dà quel classico aspetto “torbido”; questo pare  derivi da un’usanza che aveva preso piede nelle classi meno abbienti, che, aggiungendo il latte speravano di impedire che il té macchiasse la porcellana di tazzine dalla qualità non eccelsa. 😉

gnam!

L’accompagnamento del’afternoon tea è veramente molto vario e dipende dal gusto, ma in genere gli scones e i sandwich di pan carré imburrato non mancano mai. I primi sono come muffin, ma cilindrici, e vengono accompagnati da marmalade (marmellata di agrumi), jam (marmellata non di agrumi- le più amate sono mirtillo, lampone e uvaspina) e dalla clotted cream, una panna densissima che deve il nome ai suoi fiocchi (clots) di grasso in superficie; i sandwich invece sono a base di ingredienti salati e leggeri come il crescione, l’uovo sodo e il cetriolo.

Dimenticavo che un altro componente irrinunciabile che si trova sulle alzatine da té, è lo shortbread, un tipo di biscotto scozzese   e che è caratterizzato dalla sua incredibile bontà ma purtroppo anche dalla sua incredibile caloricità- del resto si sa, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca :(- insieme alla spongecake-(pandispagna farcito) e alle lemon tarts, tartellette ripiene di lemon curd. Vi chiederete cos’é il lemon curd: beh, ne parliamo nella prossima puntata, perché tutto questo parlar di dolci da té mi ha fatto venire una discreta famina. 😀

(continua…)


Cos’è il social cooking? E’ quando voi state cucinando un piatto tipico della vostra  nazione e una rompipalle io vi giro intorno e faccio domande sulla preparazione della pietanza e vi chiedo di tenere le mani così c’è una bella luce aspé che fotografo, così già che ci sono rompo stiamo in compagnia e impariamo qualcosa di nuovo. Ecco, fondamentalmente è questo. Quindi potete capire quanto sia stata gentile e paziente Maria, mamma del mio ragazzo nonché cuoca protagonista di questo post, quando ha accettato di farmi seguire la preparazione della Ciorba de Perisoare (zuppa di polpette).

Le zuppe sono uno dei punti forti della cucina romena (laggiù l’inverno non perdona) e sono di mille tipi, anche adatte all’estate. Gli ingredienti base per questo tipo di ciorba sono comunissimi anche nella cucina italiana e li potrete trovare senza problemi.

Ingredienti per 4/5 persone:

  • 100/150 g a testa di macinato di bovino;
  • 150 g di riso (Arborio va benissimo);
  • 4 patate grandi;
  • 2 carote grandi;
  • 1 cipolla dorata media;
  • 1 piccolo peperone rosso;
  • Sedano, una o due coste, a piacere;
  • 1 uovo medio;
  • Prezzemolo a piacere ;
  • Passata o concentrato di pomodoro.

Leggi il seguito di questo post »


Disclaimer: il fatto è che volevo fare un widget da mettere in sidebar ma l’esame di Applicazioni non l’ho nemmeno dato e quindi mi arrangio alla bell’e meglio. 😛

La prossima settimana parleremo di:

Cucina Rumena (esperimento di social cooking)

Dolci inglesi da té e non+ il lato nascosto della cucina Britannica

E infine, il Fake Do it Yourself, come sostituire o fare da sé alimenti introvabili.

Mi presento…

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