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Il bento box è uno degli aspetti più affascinanti della cultura giapponese; è qualcosa per la quale la semplice cucina sconfina nell’arte (o perlomeno, follia :P). 

Il bento , o O-bento, indica una scatoletta che può essere di lacca, di metallo o di plastica, atta a contenere il pranzo di studenti e lavoratori; solitamente questo contenitore è organizzato in scomparti in modo da non mescolare i cibi. Tuttavia, a parte il riso, tutto è tagliato in modo da essere compatto e a portata di bacchetta:dai maki, alle frittate, ai bocconcini di verdura. 

Non so cosa ci si scritto, ma è davvero inquietante.

Anticamente esso consisteva di onigiri (poplettine  traingolari di riso lesso avvolte in una striscia d’alga nori) riposti in un ampio foulard detto furoshiki. Il furoshiki era legato ad arte intorno alle bacchette che prima fungevano da manico e poi da posate per consumare il pasto. geniale no? 

 Ancora oggi l’arte del furoshiki è popolare e studiata, sia per portare oggetti, (tra i quali anche gli stessi bento) sia per avvolgere i regali in maniera raffinata; tuttavia al giorno d’oggi i bento sono di tutti i materiali possibili e immaginabili e soprattutto delle forme più strane: si va dai raffinati oggetti di lacca istoriata fino ai plasticoni a forma di testa di hello kitty. 

Il momento del bento è un momento di grande socialità, perché si condividono insieme i manicaretti più disparati, ma anche un momento di competizione nel quale si cerca di avere il bento più gradevole alla vista e più “fornito”….L’incredibile maestria con la quale i giapponesi presentano il cibo però talvolta  sconfina nella maniacalità  e più che di fronte a dei bento ci troviamo di fronte a dei incubi postmoderni popolati da supermario e company: 

Bento servito sulle "Hello kitty airlines" (giuro, esistono)!!

Ehhh?

Pure lui!

Questo è solo un assaggio della slezione di bento più bizzarri o kawaii (carini) fatti non solo in Giappone ma in tutto il mondo. Se anche voi come me siete stufi dei soliti panini pieni di maionese e soprattutto cari che trovate durante la pausa pranzo, magari vi piacerebbe sapere come far un bento più “normale”; ecco un video molto chiaro che magari sarà di aiuto (per quanto un  barboncino saccente che spiega una ricetta di cucina passo passo con un ridicolo accento inglese possa definirsi “normale” 😛 


Ultimamente  ho avuto il piacere di rivedere un bellissimo film, “The millionaire”. Se non lo conoscete, vi basti sapere che è veramente bello e commovente, e tratta delle vicissitudini di un ragazzo indiano che, grazie alla sua intelligenza e alla sua notevole memoria, riesce a evadere da una vita di miseria negli slum di Mumbai e a conquistare il suo amore di sempre. Com’è come non è m’è venuta voglia così di scrivere un post sulla cucina indiana, argomento purtroppo troppo vasto da affrontare in un solo post! Quindi ho deciso di parlare solo di quattro preparazioni: una bevanda, un secondo di carne, un prodotto da forno e contorno. Pronti a partire? Iniziamo con…

La bevanda: Lassi

Il "blue lassi shop" di Varanasi, il chiosco più amato dai turisti di tutto il mondo

Il Lassi è una bevanda altamente rinfrescante e dalle riconosciute proprietà terapeutiche a base di yogurt misto a acqua, sale e semi di cumino macinati; questa ricetta è comunemente chiamatata “lassi salato” ma in realtà si trovano lassi di tutti i tipi, dal mango, alla banana, alla menta fino al lassi dolce, arricchito con acqua di rose e zucchero di canna. E’ originario della parte settentrionale del subcontinente (Punjab, Pakistan e Nepal) ma s’è diffuso in tutto il paese, infatti quasi ovunque si possono trovare dei chioschi di lassi dove scambiare quattro chiacchiere :).
Addirittura gira in rete una buffa storiella che racconta di un rappresentante di una fabbrica di lavatrici polacche che, incuriosito da un’ ordinazione  massiccia proveniente dall’India, venne a scoprire che le lavatrici in realtà servivano a miscelare lo yogurt e l’acqua in un lassi shop.  Quel che è poco ma sicuro è che la ricetta non richiede per forza di sacrificare il vostro bucato del sabato ed è perfettamente fattibile:

http://www.corriereasia.com/india/cucina_indiana/2007/06/mango_lassi_1.shtml

Il piatto a base di carne: ChickenTikka Masala

Chicken Tikka masala decorato con coriandolo fresco

Questa preparazione ha una “paternità incerta”! Non si sa se esattamente sia nata in India o nel Regno Unito grazie  all’ apporto dei numerosissimi immigrati indiani. Chicken dovreste sapere cosa vuol dire, tikka letteralmente significa “boccone, tocchetto” e “masala”,  è il nome che si associa a un misto di spezie che comprende almeno:  cardamomo, pepe di caienna, cumino, cannella e semi di coriandolo, in pratica il condimento formerly known as curry . 😉 Il petto di pollo, precedentemente marinato, viene stufato in una salsa a base o di yogurt o di polpa di cocco, misto a pomodoro e al masala. Anche se la ricetta originale prevede la cottura nel tandoor, il tradizionale forno interrato a brace, il tikka masala viene (dovrebbe) bene anche in una comunissima padella, come in questa ricetta:

http://www.mostrilla.com/2009/05/10/pollo-tikka-masala/

Il “pane”: Poppadom…

Il poppadom, che a sentire wikipedia si chiama anche:

papad pappad papparde pappadom
pappadum popadam pompadum poppadam
poppadom appadum appalum appala
appoll papari pamporo puppodum

ha la forma di una piadina e solitamente è a base di farina di lenticchie addizionata di pepe e spezie macinate. Con l’impasto ottenuto da questa farina si fanno delle piccole frittelle che prima vengono fatte seccare e poi possono essere tostate o più spesso fritte nell’olio di palma. Come il lassi, i poppadoms sono un cibo “popolare” che si può facilmente consumare per strada presso i numerosi chioschetti, magari  accompagnato da qualche cucchiaiata di chutney. Ecco una videoricetta (in inglese) in cui i poppadom vengono formati con l’aiuto di un DVD

http://video.about.com/indianfood/How-to-Make-Poppadom.htm

E il suo companatico”, Chutney

Chutney allo zenzero

“Chutney” indica una preparazione generica che comprende tantissime versioni diverse: in pratica è una composta cotta in un misto di aceto aromatizzato alle spezie e zucchero e poi conservata in barattoli. Ci sono INNUMEREVOLI  chutney vuoi di verdure (cipolla, peperoni verdi, pomodoro) vuoi di frutta (mango,tamarindo, cocco) che, a seconda delle proporzioni degli ingredienti possono risultare dolci o asprigni. Io non vedo l’ora di provare questa ricetta:

http://in-fu-sio-ne.blogspot.com/2010/02/chutney-piccante-di-cipolle-gialle.html


Conosco da tempo il bellissimo blog di  di Cristina, le cui ricette uniscono la tradizione bulgara e rumena  a quella di casa nostra. Quello di Cristina è stato uno dei primissimi siti nel mio blogroll di siti culinari, posizione che si è meritato ancora una volta di più:  in un commento al post delle uova colorate Cristina mi ha svelato la ricetta dei Mici, mini cilindretti di carne mista molto popolari in Romania. 🙂

Io li ho assaggiati e mi son piaciuti davvero tanto, tanto da inserirli in un mio post passato. Purtroppo quando ho chiesto la ricetta mi è stato detto che non si sa con esattezza e che ogni chioschetto dei mici o ristorante la custodisce gelosamente.

D’altronde in tanti siete arrivati qui cercandola e quindi sono molto contenta di potervi linkare la sua versione di questa ricetta, che mi ha anche assicurato essere abbastanza semplice:

http://lacucinadicrista.blogspot.com/2006/08/mici-o-mititei-piccole-polpette-forma.html

Grazie ancora una volta a Cristina per il suo contributo!


Provate a pensarci un pochino, il cibo a volte riesce a dare connotazioni negative a un popolo, “reo” di mangiare l’alimento x a scapito dell’alimento y. Come ci chiamavano a volte, in America, in Svizzera, in Germania? “Spaghetti”, mentre  i francesi sono spesso detti “mangiarane”. Per non parlare dei “polentoni” riferito agli  italiani del Nord, tra i quali io. Ora che però bene o male tutti siamo entrati nel empireo dell’unione europea, il nuovo nemico number one qual è diventato? Ebbene luiiii, il KEBAAAAAAAAAAAB! Vediamo di rinfrescare un po’ la memoria:

http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_22/lombardia_legge_kebab_damico_e8e858b2-2f00-11de-89c1-00144f02aabc.shtml

http://www.nove.firenze.it/vediarticolo.asp?id=b0.02.26.19.30

Che dire, ho passato il mio primo anno di università vivendo solo di kebab. Oddio, poi è andata a finire che lo odiavo letteralmente, anche perché per me la carne d’agnello è troppo pesante e grassa, però è un piatto nutriente e a basso costo; guarda caso, è consumato da quelli che solitamente alla Lega proprio non piacciono, gli immigrati.

Se non è il kebab, è il couscous... (Notare anche il tristissimo uso della funzione di photoshop "clona" nella parte inferiore della polenta)

Ora, è giusto che venga deprecato il capannello di gente che fa casino ubriaca alle due di notte in piena città, ma siete mai andati in un italianissima pizzeria/bar? Ecco, è lo stesso casino. A me pare che le boutade siano state causate non tanto a proposito della qualità del cibo  e dell’ordine pubblico, ma perché il cibo consumato è quello “da stranieri” per eccellenza.  Un’orda di kebab volanti sorvolerà le vostre città per invadere le mutande di vostra figlia e convertirvi coattamente all’Islam, tipo. Rulli di doener che escono dalle fottute pareti!

La settimana della Carne a Cavour, il white power e una povera mucca che non c’entra nulla

Poi per un po’ pensavo si fossero calmati, e non hanno più dato fiato alle trombe dell’antikebabbismo. Fino a qualche giorno fa, quando hanno visto questo manifesto  e sono andati in completa paranoia.

E miseria, è bastato leggere che in una fiera della carne-più precisamente quella organizzata a Cavour dall’ 11 aprile- “La tradizione locale incontra le cucine del mondo” e Stefano Allasia, segretario leghista della Provincia di Torino si è sentito in dovere di dichiarare:

‘Si’ al bollito, no al kebab”. In un periodo di crisi cosi’ forte dobbiamo rilanciare la nostra carne, la nostra filiera corta e la nostra produzione. La decisione di aprire la manifestazione al kebab ha dell’inverosimile non solo perche’ il kebab non e’ parte della nostra tradizione, ma perche’ adesso dobbiamo pensare a valorizzare la carne allevata sul nostro territorio e non un prodotto che ha una lavorazione lunga e assolutamente dubbia”.

Non so perché, ma ho l’impressione che non abbia capito una mazzafionda. Perché la fiera guarda caso, è nata per valorizzare la carne di Cavour. E’ per questo che sono stati chiamati cuochi da tutte le parti del mondo, dall’Argentina, dal Marocco, anche da Firenze, per mostrare come la carne prodotta nella nostra regione si possa adattare a moltissime preparazioni, come nelle chiare intenzioni del sindaco e come anche ribadito anche da chef Kumalé, cuoco specializzato in cucine del mondo e impegnato nell’organizzazione delle iniziative con i colleghi stranieri:

Le polemiche scoppiate in questi giorni sono strumentalizzazioni da parte di alcune forze politiche, l’intento è di promuovere un prodotto della tradizione locale come la carne, lavorando sia sulla filiera con allevatori e macellai, che con i ristoratori che tengono laboratori per il pubblico per promuovere una cultura del cibo a 360 gradi.

La mia sincera opinione? Mi che si spari a zero appena si vede qualcosa che sta a più di 100 km a sud del Po, senza nemmeno fermarsi a constatare che magari magari, sarebbe una ghiotta occasione per pubblicizzare ottimi prodotti italiani. Ma tant’è. Temendo il giorno in cui mi costringeranno a una dieta a base di fritto misto e bagna caoda (che pure mi piacciono tanto), non possono che cascarmi le braccia nel leggere l’aspetto più demenziale dell’intera faccenda, preso da qui:

Anche il manifesto della “Settimana della carne” è stato riveduto e coretto nello spirito mondialista. La mucca bianca di pura razza piemontese forse è sembrata troppo “bianca”: sta di fatto che qualcuno ha avuto la bella pensata di raffigurarla con una strana tenuta dai motivi arabo-africano-orientaleggianti.

Che bella novità, adesso stanno a guardare, oltre a quello degli esseri umani, il colore della pelle delle mucche. Andate avanti voi che a me vien da ridere (se non da piangere).

Link di riferimento:

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/179852/

http://lombardia.indymedia.org/node/27940


Ma vi siete mai chiesti che razza di vita dev’essere quella in orbita? Relegati in pochi metri cubi, l’acqua che si beve riciclata dalle urine (come i fremen, eeeewwww) e perennemente galleggianti (beh, no, questo deve essere fico, dài).

Io mi sono chiesta  anche come si mangia a bordo di una navetta spaziale. In fondo questo blog tratta di “cucina insolita”, no? 😉 E certo l’alimentazione degli astronauti non risponde ai soliti parametri terrestri: deve essere nutriente, ma anche confezionata in modo da essere ultraleggera e soprattutto non sbriciolarsi, pena disastri epocali come questo:

Condizioni difficili:

Non  solo la ristrettezza degli spazi e il divieto di accendere fuochi, ma anche l’assenza di gravità  crea problemi nella vita quotidiana degli astronauti. Innanzitutto, non essendo più abituate al peso del corpo, le ossa subiscono una notevole perdita di densità alla quale bisogna sopperire con massicce quantità di vitamina d e di calcio e con esercizi mirati prima e dopo il viaggio.  Senza contare che oltre a far svolazzare di qua e di là le briciole e gocce di alimenti e quindi a provocare il rischio di guasti alle strumentazioni, l’assenza di gravità provoca il concentrarsi di sangue e muco nella parte superiore del corpo; come avere un raffreddore cronico, e credo che tutti sappiate come è poco soddisfacente mangiare con il naso tappato.

Un po’ di storia sul cibo spaziale…

Con l’iniziare dei viaggi nello spazio è incominciata la ricerca di soluzioni efficaci per la nutrizione. Si distinguevano due scuole di pensiero: quella americana e quella russa.

Gli americani liofilizza(va)no i preparati per permettere di ridurre il loro peso, e soprattutto, il loro ingombro; invece i cosmonauti, più bbbbrutali, erano equipaggiati con tubetti ripieni di creme.

Borsch!!

In un caso o nell’altro, pensate a come possa essere insoddisfacente mangiare così, con la scelta tra trangugiare pappette rivitalizzate ad acqua o omogeneizzati in tubetto… per questo, negli anni, si sono trovate soluzioni meno “traumatiche” per l’alimentazione in orbita, a partrire dalla possibilità di consumare pasti caldi- grazie allo scaldavivande presente sullo Shuttle-e più vicini alle tradizioni nazionali dei diversi occupanti dei voli spaziali.

Qualche semplice accorgimento

"maledetto microonde senziente!!!"

Il pane è stato ormai ottimamente sostituito dalle tortillas morbide, che hanno il pregio di non sbriciolarsi; mentre per ovviare alla riduzione di olfatto e di gusto sono state approntate copiose quantità di condimenti, come il ketchup, che dovrebbero esaltare e rendere un po’ meno insipido il pasto-tipo dell’astronauta.

E per le bevande? se fossero assunte in libertà, vagherebbero ovunque sottoforma di grandi goccioloni; per questo sono conservate (non più in polvere come una volta, bensì liquide) in sacchettini monodose forabili con una piccola cannuccia.

Oltre al normale cibo  sono previste pastiglie di integratori e di vitamine, e non è permesso sgarrare più di tanto e abboffarsi, visto che il corpo consuma molte meno calorie rispetto a quelle che spenderbbe sulla Terra.


Eccomi, sono tronata dalla Romania! Vi sono mancata? Spero abbiate passato una buona Pasqua come lo è stata per me.:)

Mi ha molto stupito vedere come anche laggiù sia molto popolare il tradizionale picnic/grigliata/sbracamento di Pasquetta, che noi abbiamo ovviamente provveduto a onorare! 😉 Il menù del 2010  ha compreso: salsicce, bistecche, mici (che? gatti? no di certo, poi ne parliamo, tranquilli), insalata di pomodori e cetrioli amorevolmente preparata dalla sottoscritta e soprattutto le uova sode colorate, dette ouă vopsite.

Oua vopsite + insalata di pomodori e cetrioli!

La tradizione pasquale delle uova colorate

Le uova colorate sono un cibo immancabile  sulle tavole delle famiglie rumene durante tutto il periodo pasquale: con un po’ di sale sono perfette. Ma prima di mangiarle bisogna “fare cioc”; per farlo bisogna essere al massimo due persone per volta ed essere entrambi “uovomuniti” 🙂 , poi:

1: Uno dei due proclama ad alta voce “Hristos a înviat!” ovvero “Cristo è risorto!”;

2: L’altro di ritorno risponde “Adeverăt a înviat!” (è veramente risorto!”);

3: Chi ha iniziato fa cioc, ovvero picchia con la punta del suo uovo la punta dell’uovo dell’altro. Chi non si ritrova la punta rotta sarà fortunato!

Inutile dire che poi si producono gare all’ultimo sangue tra parenti e amici per vedere chi ha l’uovo fortunato..  🙂

Mititei con senape

Un’altra preparazione molto amata  e che abbiamo mangiato a pasquetta è quella dei Mici, o Mititei. Sono dei cilindretti di carne macinata  mista che sono molto popolari in qualsiasi trattoria, e sono buonissimi,  soprattutto alla griglia. Devono il loro nome al fatto che sono delle dimensioni di mezzo dito (“mic” significa piccolo).

L’unico problema è che quando ho chiesto la ricetta tutti mi hanno risposto che non la sapevano, e che in pratica la loro ricetta è tenuta più segreta di quella della cocacola. Mannaggia, senza contare che quelli che abbiamo degustato noi erano comprati.

Come fare le uova colorate?

Le uova colorate sono veramente molto facili da fare e garantiscono un effettone sulle tavole pasquali. Ormai è tardi, ma credo che potrete riciclare questa ricetta per le Pasque a venire.

In Romania è facile trovare la tintura per uova specifica in polvere, in Italia andranno benissimo le tinture alimentari in fialetta per pasticceria. Il colore più amato è il rosso cardinale che vedete anche sulle nostre uova… ed è perfettamente riproducibile senza tinture artificiali.

Come fare? Servono solo un po’ d’aceto e una barbabietola!

  • Puliamo bene le uova dalle schifezzine che si possono trovare sul guscio (ci siamo capiti, nevvero? )
  • Prendiamo la barbabietola e tagliamola a  pezzetti.
  • Poniamo le uova in una quantità sufficiente a coprirle d’acqua fredda e aggiungiamo due cucchiai d’aceto e la polpa a pezzi della barbabietola.
  • Facciamo bollire le uova fino a farle sodare (8 min.)
  • Mettiamole a raffreddare, o per un colore più intenso, “lasciamole nel loro brodo” 🙂

Di tutti i colori!

Le uova tinte sono pronte per partecipare alla gara del cioc e poi per essere mangiate! Ci sono tanti altri colori che, con un po’ di esperienza nei dosaggi, possono essere riprodotti benissimo anche con coloranti naturali. Provate a sperimentare con spinaci, cipolle, more, cavoli cappuccio, fagiolini, carote… e poi magari postate qui le vostre creazioni! ^^

A presto,

Fiorenza.

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I'm a food explorer and life lover.
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Non c'è amore più sincero di quello per il cibo.
G.B.Shaw

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